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  Ricordo di P.Scheffter (1875-1960)   di Ildo Marangon

 

Carlo, Federico, Anatole, Desiderio, Dionigi Scheffter, questo era il suo nome completo, nacque in Alsazia, suddito del Kaiser Guglielmo I,  al tempo del II°  Reich di Otto von Bismarck. Ma quando noi gli dicevamo: «Allora, padre, lei è tedesco; del resto il cognome parla chiaro!» lui rispondeva con gli occhi sbarrati e la voce decisa: «Non, jamais! Je suis français!». E guai a chi avesse osato replicare.

Di carattere bonario ed espansivo, era nostro professore di francese anche se aveva una laurea di matematica e fisica. Spesso ci intratteneva con il racconto degli anni che aveva trascorso come insegnante a Pechino nella scuola dei gesuiti che poi fu chiusa a seguito delle rivolte nazionaliste di inizio secolo XX.

Ci parlava comunque dei cinesi come un popolo gentile e affabile anche se molto riservato e non incline alla confidenza almeno fino a quando un estraneo non si fosse guadagnato la loro fiducia.

Una particolare usanza una volta ci incuriosì. P. Scheffter ci raccontava che in giro per la campagna in prossimità delle case dei contadini si potevano trovare dei cartelli che invitavano cortesemente ed esplicitamente i passanti a fermarsi a fare i bisogni presso di loro in cambio di un piccolo dono in natura. Del resto anche da noi una volta si diceva che i contadini non buttano via nulla!

 

Durante le lezioni P. Scheffter si rivolgeva a noi in francese e ci stimolava a rispondere in francese. Già allora precorreva quello che ora è chiamato il metodo full immersion per l’insegnamento di una lingua straniera. Usava l’italiano quando doveva richiamarci all’ordine: «Silenzio! Su questo punto non transigo! Silenzio, ho detto! Non siamo in cortile!» e batteva il pugno sulla cattedra.

Tant’è che una mattina al rientro in classe dopo la ricreazione, vedo scritto sulla lavagna a caratteri cubitali CORTILE; io vado per cancellare proprio mentre P. Scheffter entra. «Marangon vai fuori!» e mi caccia dall’aula senza darmi tempo di spiegarmi. Poco dopo però mi richiama, scusandosi quasi mortificato, in quanto i miei compagni gli avevano detto che non ero stato io a scrivere, che anzi stavo cancellando.

Aveva un metodo scientifico per correggere i compiti scritti di francese. Matita rossa: errore grave (di sintassi o di grammatica) un punto in meno; matita blu errore lieve (di ortografia, un accento o una doppia) un quarto di punto in meno. Il calcolo del voto era automatico. Per l’orale il problema era più complicato. Siccome a quel tempo i professori tenevano gelosamente segreto il registro personale, P. Scheffter non si preoccupava di lasciarlo aperto sulla cattedra perché scriveva i voti in cinese.

Suonava il pianoforte  a due mani e con tutte e dieci le dita senza conoscere una nota. Non aveva mai studiato musica e non sapeva leggere uno spartito. Aveva quello che tecnicamente è definito “orecchio assoluto”. Ci faceva ascoltare Beethoven, Chopin, Mozart e ci incantava per la destrezza con la quale faceva scorrere le dita sulla tastiera nonostante l’età. Spesso si esibiva in composizioni di sua invenzione che, se non ce lo diceva lui noi credevamo fossero opere classiche. A volte ci sfidava a canticchiare o a fischiettare un canzone di moda di quel tempo e lui ce la suonava al pianoforte anche se la sentiva per la prima volta. Un particolare mi affascinava della  sua tecnica pianistica: era in grado di allargare i mignoli disponendoli in posizione quasi perpendicolare all’anulare e riusciva in tal modo a raggiungere un tasto distante e a formare accordi che normalmente sarebbero stati impossibili.

Nella sua stanza, che noi conoscevamo bene, perché da P. Scheffter ci si andava anche alla confessione settimanale, teneva scaffali pieni di libri e di fascicoli con appunti, scritti con una calligrafia minuta ma precisa, su argomenti di ogni genere: saggi scientifici, racconti, poesie in italiano e in francese che usava normalmente oltre al tedesco e al mandarino che lui diceva essere la lingua dei cinesi istruiti.

E quando noi gli chiedevamo:«Ma, padre, perché non li fa stampare?» lui rispondeva candidamente: «No, non so a chi possano interessare. Quando sarò morto valuteranno i miei superiori se c’è qualcosa di interessante, sennò sarà lo stesso.»

Ma un vizio l’aveva anche P. Scheffter. Quello che oggi si chiama sniffare. Tirava il tabacco da naso. Aveva sempre la sua scorta a disposizione. La teneva tra il pollice e l’indice tanto che a me sembravano incollate. Nei momenti opportuni, cercando di non dare nell’occhio e di fare meno rumore possibile, si portava la presa prima a una narice e poi all’altra con una mossa veloce e precisa come chi si gratta per un istante il naso che gli prude. Noi eravamo abituati e non ci facevamo più caso e consideravamo come segno distintivo la striscia marrone di tabacco sul petto che caratterizzava la sua ormai datata tonaca.

Una sera che su mia richiesta mi ricevette a colloquio e gli confidai che avevo intenzione di lasciare il collegio perché non sentivo più la “vocazione” e mi sentivo il rimorso perché ritenevo di non aver più diritto a rimanere al S. Tomaso, mi rincuorò dicendomi che comunque dovevo terminare l’anno scolastico e che il mio scrupolo di coscienza era immotivato perché io ero stato sempre un alunno leale e studioso. Mi congedò con un abbraccio e mi disse: «A me basta che mi prometti che resterai un bravo ragazzo e un buon cristiano.»

La prima parte della promessa penso di averla rispettata. Per la seconda parte sicuramente no. Ma penso che anche P. Scheffter se, come dice qualcuno, si trova da qualche parte, certamente comprenderà che la mia posizione critica nei confronti del tema religioso è solamente un problema, diciamo così, filosofico.

Ai primi di luglio del 1960, prima di lasciare definitivamente il S. Tomaso, passai a salutarlo. Egli mi donò un libricino di dieci pagine (21 per 14 cm) intitolato “A Sainte Jeannne d’Arc”. È un poemetto che, benché un po' sciupato dagli anni e dai tanti traslochi, ancora conservo gelosamente. È scritto in francese a endecasillabi con rima alternata, con la dedica autografa in prima pagina.

Á mon éléve Marangon

                    L’auteur.

Je ne vous oublierai jamais dans me prières. N’oubliez pas que vous avez reçu une grande grâce dans votre éducation; conservez vous au moin un bon chrétien; vous serez heureux dans votre vie, si vous pratiquez le célébre V. T. I.[1] de St. Ignace.

               Au revoir le jour de l’éternel rendez-vous. Priez pour moi.

Cuneo, 8 juillet 1960

Pochi giorni dopo il mio rientro in famiglia ricevetti una cartolina con la foto della Cappella del S. Tomaso indirizzata

Egregio giovinetto

Aldo[2]Marangon

Via dei Colli 39. S. Carlo Po

Massa C.

 Carissimo Aldo,

Ringraziamenti sinceri per i tuoi auguri graditissimi[3]. Io non mi dimenticherò mai del carissimo Aldo, ma tu non dimenticarti degli anni passati al S. Tomaso. Conserva questa cartolina, e ogni tanto guarda la cara cappella dove hai invocato tante volte la nostra buona Mamma  la Madonna e dille spesso: ne me deseras, o Maria! Conservati buono, non frequentare amici pericolosi. Leggi il tuo nome all’ebraica “O d l a” e scrivilo in francese = “Au de là” e pensavi spesso; è là che ti aspetto e spero di ritrovarti. Prega qualche volta per chi ti ha voluto il vero bene.

Tutto tuo in Gesù e Maria.

P. Carlo, Fed., Anat., Desiderio, Dion. Scheffter S.J.

Non era passato nemmeno un mese che da Cuneo mi scrissero che Padre Scheffter se ne era andato così improvvisamente come in punta di piedi. Io quel giorno piansi come non avevo pianto nemmeno alla morte di mio nonno un anno prima.


[1] Non ricordo che cosa significa la sigla. Magari se c’è qualcuno che lo sa me lo faccia sapere.

[2] purtoppo non ero mai riuscito a spiegargli che io mi chiamavo Ildo e non Aldo che probabilmente per lui era più facile.

[3] Ora  non mi ricordo ma probabilmente gli avevo mandato una cartolina di auguri per il suo compleanno.

Carme di P. Scheffter dedicato a S. Jeanne D'Arc

Dopo 55 anni finalmente ho trovato il tempo di tradurre il carme di P. Scheffter dedicato a S. Jeanne D'Arc, Egli me lo aveva donato con dedica al momento della mia partenza dal S: Tommaso. Sono riuscito a conservarlo, anche se ora è un po' sciupato, in tutti questi anni come una reliquia. Invio il testo  francese con accanto la traduzione letterale. Può darsi che qualche altro compagno ricordi questa poesia perché P. Scheffter  l'aveva data come suo ricordo a molti tra gli alunni del Collegio di quell'anno. Chi volesse segnalare migliorie alla traduzione è bene accetto.

ildomarangon@fastwebmail.it

 
 
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